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Aggiornamenti Pubblicazioni del 2020

Fallimento dell'appaltatore: il soddisfacimento dei crediti del subappaltatore

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza n. 5685 del 2 marzo 2020, risolvendo il contrasto giurisprudenziale creatosi sulla questione delle modalità di soddisfacimento del credito del subappaltatore di opera pubblica nei confronti dell’appaltatore in caso di fallimento di quest’ultimo, hanno affermato il principio di diritto in virtù del quale “in caso di fallimento dell'appaltatore di opera pubblica, il meccanismo delineato dall’art. 118, comma 3, del d.lgs. n. 163 del 2006 - che consente alla stazione appaltante di sospendere i pagamenti in favore dell'appaltatore, in attesa delle fatture dei pagamenti di quest'ultimo al subappaltatore - deve ritenersi riferito all'ipotesi in cui il rapporto di appalto sia in corso con un'impresa "in bonis" e, dunque, non è applicabile nel caso in cui, con la dichiarazione di fallimento, il contratto di appalto si scioglie; ne consegue che al curatore è dovuto, dalla stazione appaltante, il corrispettivo delle prestazioni eseguite fino all’intervenuto scioglimento del contratto e che il subappaltatore deve essere considerato un creditore concorsuale dell’appaltatore come gli altri, da soddisfare nel rispetto della “par condicio creditorum” e dell’ordine delle cause di prelazione.

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Art. 1117 c.c.: presunzione legale di condominialità

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 3852 del 17 febbraio 2020, pronunciandosi nuovamente sulla vexata quaestio dell’individuazione dei beni comuni in ambito condominiale, ponendosi in continuità con quanto già sostenuto dalle Sezioni Unite (Cass., SSUU, sent. n. 9449/1993), ha enunciato il principio di diritto in virtù del quale l’individuazione delle parti comuni di un edificio, così come contenuta nell’art. 1117 c.c., non si limita a formulare una mera presunzione di comune appartenenza a tutti i condomini che non può essere vinta con qualsiasi prova contraria, ma stabilisce la proprietà comune di quei beni finendo così per poter essere superata solamente da opposte risultanze di quel determinato titolo che ha dato luogo alla formazione del condominio per effetto del frazionamento dell’edificio in più proprietà individuali.

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Fondo patrimoniale e fisco

Il criterio identificativo dei debiti per i quali può avere luogo l’esecuzione sui beni del fondo patrimoniale va ricercato non già nella natura dell’obbligazione ma nella relazione tra il fatto generatore di essa e i bisogni della famiglia, e la predetta finalità non può dirsi sussistente per il solo fatto che il debito derivi dall’attività professionale o d’impresa, dovendosi accertare che l’obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi. Infatti, i beni costituenti il fondo patrimoniale non possono essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell’obbligazione sia quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari.

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Emergenza COVID-19: DPCM del 23 febbraio 2020 e DPCM del 25 febbraio 2020

Nei giorni scorsi, il Presidente del Consiglio dei Ministri, al fine di contenere i casi di contagio dall’epidemia Coronavirus (COVID-19), ha emanato due decreti, DPCM del 23 febbraio 2020 e DPCM del 25 febbraio 2020, recanti misure di contenimento del contagio da adottare anche in ambito lavorativo. Per gestire al meglio le assenze e incidere il meno possibile sull’attività produttiva delle aziende, infatti, è stata disposta l’applicabilità in via automatica, ad ogni rapporto di lavoro subordinato – come precisato dall’INAIL con avviso del 26 febbraio 2020 – delle modalità di lavoro agile, c.d. smart working, fino al 15 marzo 2020, nelle aree considerate a rischio (in particolare, per i datori di lavoro con sede legale o operativa nelle regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria, e per i lavoratori ivi residenti o domiciliati).

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Licenziamento per giusta causa per assenza ingiustificata

La Suprema Corte, con ordinanza n. 3283 dell’11 febbraio 2020, ha affermato che il licenziamento per assenza ingiustificata, ancorché previsto dal CCNL di riferimento applicabile, può risultare sproporzionato con riferimento al caso concreto: il datore di lavoro, quindi, non può licenziare per giusta causa un proprio dipendente in tutti i casi in cui quest’ultimo non si reca sul posto di lavoro senza motivazione.

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